Serdoz – Amfitheatrof al Caravita

Stagione dei Concerti 1975 – 1976

Sono venticinque anni che l’Associazione Musicale «Giuseppe Tartini» si prodiga con lodevole entusiasmo, affidata alle cure del maestro Nino Serdoz.

Domenica sera, essa ha dato all’Oratorio del Caravita, affollato da un pubblico sensibile ed appassionato, il suo secondo concerto della stagione (il 261 dalla costituzione), la «suite» dell’opera «Didone ed Enea» di Henry Purcell e la Sinfonia in sol maggiore di G. B. Sammartini. Ha diretto Nino Serdoz.

Ha partecipato al concerto il violoncellista Massimo Amfitheatrof che ha eseguito la Sonata op. 14 n. 3, in la minore, di Antonio Vivaldi, e il Concerto in re maggiore di Luigi Boccherini.

Il concertista ha messo in chiaro risalto una tecnica brillante, la preziosità del suono, la chiarezza del disegno ed un particolare gusto dello stile, a lui congeniale.

In seguito a richieste di un bis, Massimo Amfitheatrof ha suonato, accompagnato magistralmente dall’Orchestra «Tartini», l’«Andante», del Concerto, in la maggiore di Albinoni.

Il violoncellista Massimo Amphitheatrof e il Maestro Nino Serdoz al Concerto presso l'Oratorio del Caravita nella stagione 1975/76 (CC BY-SA 4.0)
Il violoncellista Massimo Amphitheatrof e il Maestro Nino Serdoz al Concerto con l’Orchestra “Giuseppe Tartini” presso l’Oratorio del Caravita nella stagione 1975/76 (CC BY-SA 4.0)

Le prime della musica: Quartetto d’archi «Tartini»

AVVENIRE – 13 aprile 1975

Nell’Oratorio del Carovita, si è svolto un concerto, del Quartetto d’Archi «G. Tartini», formato da Antonio Marchetti, e Bruno Novelli (violini), Emanuele Catania (viola), Nicolò Oliva (violoncello).

Ha partecipato al concerto la clavicembalista Alda Bellasich che ha dimostrato squisita sensibilità e gusto di esecuzione.

In apertura è stato eseguito il Quartetto op. 6 n. 2 in mi bem. maggiore di F. A. Rosetti, il «Quartetto n. 3» in si bem. maggiore di Rossini, il «Concerto n. 2» in sol maggiore per clavicembalo e archi di Mozart.

Nella seconda parte del programma il «Divertimento» in sol maggiore per clavicembalo e archi di Haydn, e il «Quartetto op. 18 n. 6» in si bem. Maggiore di Beethoven.

Al termine del concerto il Quartetto d’Archi «G. Tartini» e la clavicembalista Alda Bellasich (che ha suonato fuori programma la «Sonata» in do maggiore,

di Scarlatti e un «Preludio», di Louis Couperin) sono stati fatti segno ad un prolungato applauso da parte del folto pubblico intervenuto.

Serdoz-Stefanato al Teatro dei Servi

Serdoz-Stefanato al Teatro dei Servi

Stagione dei Concerti 1975 – 1976

L’Associazione Musicale Tartini ha inaugurato la sua stagione dei Concerti al Teatro dei Servi con un programma tutto dedicato al Settecento. diretto dal Maestro Nino Serdoz che del complesso musicale sin dagli inizi è guida preziosa e con la partecipazione del violinista Angelo Stefanato. In programma la “Sinfonia in do maggiore“ di Antonio Vivaldi, il “Concerto grosso n. 8 in sol minore” (Fatto per la notte di Natale) di Arcangelo Corelli, ed il “Concerto in fa Maggiore” per orchestra d’archi con violino solista, nella revisione di Barblan, di F. A. Bonporti. Del Concerto, che ripropone un Tartini sempre maestro del violinismo. Angelo Stefanato è staio ammirevole interprete c’è nella sua tecnica nel suo stile nel suo fraseggio un significato che trascende la sia pur pregevole esecuzione, per divenire fatto puramente artistico. e mi piace ricordare di aver ascoltalo Stefanato recentemente in una sala deserta per ritardo sulla prova, studiare un passo, una arcata. un arpeggio di cui cercava la intonazione nella nota chiave, come raramente e dato ascoltare; e mi sembrava che facesse l’anatomia del suo bel Guadagnini per velarlo poi di Settecento in questo concerto del Tartini.

La seconda parte del programma era tutta occupata dal “Concerto in re maggiore” per violino e orchestra d’archi di Giuseppe Tartini, in prima esecuzione: un nome, un grande nome che ricorda anch’esso la dolce cadenza veneta.

Le musiche rare della «Tartini»

Da AVVENIRE – Martedì 25 maggio 1976

ALL’ORATORIO DEL CARAVITA

Inconsueti anche gli organici

Una caratteristica dell’associazione musicale «Giuseppe Tartini» è l’autentico contributo alla riscoperta di pagine rare della musica cameristica del diciottesimo secolo: pagine talora quasi sconosciute e pure bellissime, la cui interpretazione meriterebbe un pubblico certamente più numeroso di quello che frequenta il centralissimo oratorio del Caravita. Un concerto esemplare e significativo, in questo senso, è stato quello di cui sono stati protagonisti l’altra sera il giovane primo flauto del teatro dell’Opera Francesco Chirivì, il fagottista Sergio Romani, il violinista Ottorino Mori, il violista Antonino Palmeri, il violoncellista Guido Mascellini (tutti affermati «prime parti» dell’orchestra sinfonica della Rai di Roma) e la clavicembalista Rosa Klarer.

Inconsueti gli organici (praticamente tutte le combinazioni possibili di questi sei strumenti), oltre che gli autori e le pagine in programma. Denominatore comune, di questo concerto tutto barocco, la grazia e la freschezza delle composizioni, la ricchezza di idee musicali. L’atmosfera un tantino salottiera, ma mai scontata e di maniera. Così la sonata in mi minore per flauto, violino, viola, violoncello e cembalo di

J. B. Quentin; o il quartetto in do maggiore per fagotto e archi di François Devienne, noto a suo tempo più come flautista che come fagottista, ed anche apprezzato compositore; o la sonata in si minore per violino, violoncello e cembalo di Tommaso Antonio Vitali; o il divertimento per archi di Dittersdorf; o infine la suite per flauto, violino. violoncello e cembalo di un anonimo (italiano?) del settecento.

Tutti bravi gli esecutori; degni di particolare menzione Chirivì per la sonorità e l’intonazione e Romani per il fraseggio.

Le Prime Romane: Serdoz-Tassinari

Le prime romane

Stagione dei Concerti 1975 – 1976

Era giusto che il poco noto «Concerto in re maggiore» per flauto e orchestra d’archi di Bartolomeo Campagnoli fosse presentato dall’Orchestra d’Archi “Giuseppe Tartini”, diretta dal bravo e meticoloso maestro Nino Serdoz. Infatti, il Campagnoli è uno dei maggiori rappresentanti violinistici della scuola tartiniana. Ed era giusto, anche, che fosse eseguito da un artista autentico come Arrigo Tassinari, dal momento che questi e il compositore sono nativi di Cento. A parte ciò La partitura del Campagnoli, divisa in cinque tempi, è veramente un lavoro degno di attenzione e non soltanto perché ricca di idee, ma anche perché propone una tecnica veramente scelta per lo strumento solista. Il Campagnoli fu un violinista di grande rilievo nel Sette Ottocento tanto in patria come all’estero e se eccelse nelle composizioni per il suo strumento, in questo «Concerto» per flauto non dimostra minor bravura. Arrigo Tassinari, poi. ha suonato con quell’arte, sobria, priva di ogni divismo, spontanea, che gli è propria. Tassinari è avanti negli anni (tocca gli ottanta), ma è ancor giovane nel suono, nell’emissione e nella tecnica e si ascolta sempre con piacere, come lo ascoltava il pubblico della Scala, sotto la direzione di Toscanini.

L’intelligente maestro Nino Serdoz ha brillato anche in pagine di Vivaldi. Pergolesi, Bach. Scarlatti, Stradella e Durante, facendo anche ben figurare la voce del baritono Jerome Barry. Successo caloroso per tutti gli interpreti e bis del Tassinari. Tra cui la divina “Aria dei Campi Elisi” di Gluck. M. R.

Un duo senza rivali

Da: IL TEMPO – Martedì 27 Maggio 1975 (R. Bonv.)

(R. Bonv.) — Quando sono di scena il violino di Angelo Stefanato e il pianoforte della moglie. Margaret Barton, non rimane che scrivere sotto dettatura, perché sono essi a muovere e guidare la penna. Sonata K. 301 di Mozart: una trama rara e vivace di fili robusti in contrappunto, tessuta con sicurezza di tasto e arco terso nelle venature rococò. Sonata in sol minore di Debussy: perfetta intesa di due anime sposate per dar vita a sensazioni quasi tattili del suono, a un nitore di note spaziose, audaci, movimentate come il mare («Allegro vivo») tanto caro all’autore, per scherzare voluttuosamente o cantare con raffinata, inebriante dolcezza («Intermezzo»), per guizzare, sfrecciare e poi indugiare emozionate fino a riprendere la corsa liscia, divertita, saltellata («Finale»). Ma c’è anche di più; con la Grande fantasia op. 159 in do maggiore il tipico mondo romantico di Schubert è balzato in avanti, inchiodando totalmente l’uditorio al palpitante fremere della tastiera sotto l’ampia, tenera arcata del violino; con morbidi passaggi verso l’andatura rapsodica ecco snodarsi l’«Allegretto», perfetto in ogni battuta del suo dramma modulato, nei «filati» sublimi di un moto perpetuo cristallino e inebriante al punto che non vorresti avesse fine. Quanto canto nel tema dell’«Andantino» appassionato! e poi le variazioni, policrome, sfumate, frementi, che cedono a una conclusione librata verso l’infinito. Inutile parlare di meraviglie di tecnica, quando questa è di gran lunga superata dal linguaggio dell’interpretazione: nella famosa Sonata a Kreutzer di Beethoven i due strumenti sembravano addirittura aver perso i reciproci confini per penetrare l’uno nel cuore dell’altro; e ciò è appunto il segreto di quest’opera, in cui non esiste un primo e un secondo. Inutile parlare di successo, perché è stato addirittura un trionfo, all’Oratorio del Caravita per la stagione della Associazione «Giuseppe Tartini». coronato dallo «Scherzo» della Sonata di Dvorak come bis.

Il clavicembalo e il quartetto

Da: AVVENIRE – Domenica 13 aprile 1975

IN PROGRAMMA 4 GRANDI DELLA MUSICA E UN SEMISCONOSCIUTO

Il clavicembalo e il quartetto

Alda Bellasich un’autentica sorpresa – Oggi pomeriggio la replica al “Caravita”

(V.C.) Il quartetto d’archi «Giuseppe Tartini» e la clavicembalista Alda Bellasich sono stati i protagonisti del concerto che l’associazione musicale Giuseppe Tartini ha presentato nell’Oratorio del Caravita. Un concerto eccellente per la bravura dei protagonisti e per il gusto che ha caratterizzato ancora una volta la scelta del repertorio. In programma quattro grandi della musica, Rossini, Mozart, Haydn e Beethoven e un autore semisconosciuto della seconda metà del 700, Rosetti, di cui è stato eseguito il secondo di un gruppo di sei quartetti che proprio la «Tartini» ha rispolverato e presentato, quasi come primizia, al pubblico romano.

I violinisti Antonio Marchetti e Bruno Novelli, il violinista Emanuele Catania e il violoncellista Nicolò Oliva ne hanno assai bene riproposto la freschezza e la musicalità. Cosi come hanno reso lo spirito rossiniano nel successivo quartetto del maestro pesarese, lirico nell’andante centrale e scintillante nel rondò.

Un’autentica bella sorpresa la partecipazione della clavicembalista Alda Bellasich. Una solista di ottima scuola, dal tocco preciso e raffinato. Ha eseguito di Mozart il concerto in sol maggiore per clavicembalo e archi, per il quale ha composto in perfetto stile le cadenze e le fioriture delle variazioni. Un’altra prova di preparazione e di eleganza ha dato nel successivo divertimento di Haydn e in un preludio che ha offerto al pubblico rispondendo al caloroso applauso.

Il programma si è chiuso con un classico del genere quartetto: il numero 6 dell’opera 18 beethoveniana. Una pagina di grande importanza, perché appartiene al primo lavoro di grande impegno del musicista, che si aggancia innegabilmente alle esperienze di Mozart e di Haydn. Ed anche perché il quartetto è un mezzo espressivo molto congeniale a Beethoven, che trova in esso i presupposti per l’ampliamento contrappuntistico del discorso e al tempo stesso per la riflessione intimistica.

Il quartetto «Tartini» ha fornito con esso un’ennesima dimostrazione della fusione e del livello individuale, soprattutto nello scherzo e nell’allegretto finale, in cui sono emersi il virtuosismo e la cantabilità di Marchetti. Un lungo applauso da parte del pubblico non molto numeroso, ma (è il caso di sottolinearlo) scelto. Per gli assenti la possibilità di rifarsi nella replica di oggi pomeriggio. Un’occasione da non perdere.