Giuseppe Tartini (1692-1770)

fu il più grande violinista italiano del secolo XVIII.

Nato a Pirano (Istria) cominciò a studiare musica e letteratura nel convento dei Padri Filippini. Nel 1709, indossato l’abito talare, si trasferì a Padova per studiare teologia e lettere.

La scherma, però, per la quale mostrò viva vocazione, lo distolse dagli studi; gettò via la veste sacerdotale e intraprese l’avventura divenendo uno dei più temibili spadaccini dell’epoca. Prova ne sia che una volta, scontrandosi con tre avversari, li sconfisse dopo poche mosse.

Sposò una sua allieva, malauguratamente imparentata con il Cardinale Cornaro, e quando l’alto prelato ne venne a conoscenza lo denunziò; dovette fuggire da Padova e riparò nel convento dei Francescani in Assisi dove venne accolto con l’aiuto del padre guardiano, un piranese.

Qualche anno dopo si riconciliava con il Cardinale e poteva far ritorno a Padova.

A Venezia ebbe l’occasione di sentire il violinista Veracini che lo indusse a riscontrare l’esiguità del suo patrimonio tecnico; mandò la moglie a Pirano, da un suo fratello, e si recò ad Ancona a studiare con Veracini.

Fu in quell’epoca (1714) che Tartini, datosi a profondi studi sulla natura dell’armonia, fece la curiosa scoperta del terzo suono, cioè quella nota più grave che deriva da due note suonate contemporaneamente.

Fu ferratissimo nella tecnica, rinomato per la bellezza del suono; sormontava agilmente i passi di maggiore difficoltà ed eseguiva le doppie corde con precisione sia nei tempi celeri come in quelli lenti.

Preferiva suonare nelle altezze estreme.

Tartini fu versatissimo anche nelle scienze filosofiche, nell’acustica e nell’armonia; lasciò molti pregevoli scritti che riuscirono di grande utilità per la teoria musicale.

Era una notte bell’anno 1713.

«Sognavo di aver fatto un patto col diavolo che si sottometteva ad ogni mio intendimento; i miei desideri erano sempre prevenuti, i miei voleri soddisfatti da questo diligente famiglio.

Mi venne in mente di dargli il mio violino per vedere se riuscisse a ricavarne alcunché di bello: ma quale fu il mio stupore allorché udii una sonata così originale, cosi sublimamente deliziosa ed eseguita con tale magistrale arte, che io non avevo mai immaginato cosa che potesse reggere al confronto.

Sommosso e rapito dalla circostanza mi Svegliai alquanto turbato.

Presi Subito il mio violino nel tentativo di riesumare almeno in parte ciò che avevo udito, ma invano…

Il pezzo che composi allora è, in realtà, il migliore ch’io abbia mai fatto e lo chiamai la «Sonata bel diavolo».

Giuseppe Tartini