Intervista a Roberto Serdoz di Amleto Ballarmi
Come era composta la sua famiglia?
Mio padre Giovanni Serdoz, mia madre Liliana Callimici nata anche lei a Fiume. Mia sorella Marisa più grande di me di nove anni. Mia madre è stata molto presente, sia nella gestione quotidiana della famiglia, sia nell’educazione dei suoi figli. Il nonno materno era marchigiano, originario di un paese vicino ad Ancona. La nonna materna pure. Andarono a Fiume per motivi di lavoro e a Fiume nacque la mamma nel 1920.

Dei Serdoz, invece, non ho molte notizie, anche perché non ho conosciuto i nonni paterni. Mio nonno è stato il mio testimone di nozze, quindi è stata una figura molto presente fino ad un certo punto della mia vita. Dei nonni paterni so che erano di Fiume. Il nome Serdoz era molto diffuso a Fiume.
Nei dintorni di Fiume c’è una località di nome Serdoci, che in lingua croata si legge Serdozi.
O forse è di origine ungherese, vista la grafia magiara Serdosz.
Che studi ha fatto suo padre?
Si è formato come musicista a Fiume e a Trieste. A Fiume ha iniziato la sua attività nelle orchestre, faceva concerti ad Abbazia, Fiume naturalmente, ma anche a Trieste e in Istria. Ma con l’esodo non gli fu possibile portare avanti questa attività, anche perché con una famiglia sulle spalle era difficile mantenersi suonando e basta. E quindi fu costretto a cambiare radicalmente lavoro.
Rari i fiumani che con l’esodo non abbiano cambiato lavoro…
Appunto! Non era facile trovare lavoro a Roma come musicista. Tutti gli esuli hanno dovuto inventare una vita nuova e diversa, soprattutto dal punto di vista lavorativo.
Mio padre riuscì tuttavia a rinverdire i suoi studi musicali e istituì l’associazione musicale Giuseppe Tartini.
Come ricorda suo padre?

Lo ricordo come una presenza essenziale nella mia vita, che ho valutato nel tempo col crescere, comprendendo i suoi gesti, i suoi messaggi, anche subliminali e i segnali silenziosi. Era un uomo il cui esempio era straordinario, poiché mi ha insegnato ad essere quello che sono. Chi lo ha conosciuto dice che sono molto simile a lui. Un lavoratore infaticabile, una persona che per la famiglia è riuscito a fare di tutto. Si inventava lavori quando il lavoro sembrava non ci fosse. Era molto affettuoso nel poco tempo che stava con noi, visto i numerosi impegni lavorativi. Ma quei brevi momenti erano molto intensi e significativi. Era una persona che amava molto la convivialità, stare insieme ad amici e parenti. Momento fondamentale degli eventi della Associazione
Tartini era il dopo concerto. Dopo ogni concerto si andava a cena in qualsiasi locale che capitava. Niente di straordinario, ma era un momento importante, immancabile, che amava condividere con i suoi collaboratori, amici e fiumani.
Cosa le manca di lui? Cosa del suo carattere ritiene di aver conservato?
La sua caparbietà, la sua testardaggine, la sua sensibilità, che sento molto dentro di me.
Suo padre era musicista. Lei ha scelto medicina e chirurgia. Arte e scienza a confronto; quanto vi siete capiti?
Mio padre era stato in qualche modo già preparato perché nove anni prima di me mia sorella aveva fatto la stessa scelta, prediligendo gli studi di medicina. Quindi in famiglia il problema era già noto. Mio padre provò ad avvicinarmi alla musica, ma capì presto che non ero portato. Mi disse che era meglio che acquistassi musicalità nell’ascoltare il cuore, piuttosto che nel suonare uno strumento. Mi piace molto la musica e ne ascolto molta, intendiamoci; per fortuna i miei figli hanno ereditato dal nonno la sensibilità musicale e infatti suonano il pianoforte, ma sono anche, entrambi, medici.
Come era sua madre e quale ruolo ebbe in famiglia?
Le donne fiumane in genere avevano molto senso pratico.
Mia madre è stata una figura forte, di polso. Posso rispondere a questa domanda riportando ciò che lei disse, poco prima d’andarsene, di mio padre, che aveva la testa fra le nuvole – era un artista dopotutto – e che lei doveva spesso sostituirsi a lui, perché non era presente nel modo che serviva a gestire i problemi di ogni giorno.

C’è da dire, a proposito dei cambiamenti radicali di vita dopo l’esodo, che mia madre a Fiume faceva l’insegnante nelle scuole magistrali e poi quando venne a Roma con una figlia piccola – io nacqui nel 1951 – decise di rimanere a casa.
Suo padre le avrà raccontato della sua vita a Fiume, gioie e dolori, amici e parenti, la scuola, i primi passi nella musica; ci può raccontare qualche cosa della vita di suo padre a Fiume?

A noi figli papà non raccontava molto della sua vita a Fiume. Era molto chiuso. Un capitolo della sua vita che con noi non apriva quasi mai. E io ho rispettato questo suo silenzio per non provocare altro dolore, ricordando fasi della sua vita e parlandone. Penso che sia una reazione normale. Io ho saputo qualcosa della sua vita anche attraverso i racconti dei parenti. Dalla sua voce poche volte ho sentito parlare di quel periodo. Mi parlava della musica, della sua passione per il violino, gli studi, i concerti ad Abbazia, spesso nel giardino di Villa Angiolina. Quando mi ha portato a Fiume la prima volta nel 1962, andammo ad Abbazia e c’era ancora il chiosco dove suonava l’orchestra. Lo vidi commosso. All’epoca io avevo già 12 anni. Siamo stati in visita dai parenti. Solo adesso posso immaginare con quale dolore lui sia ritornato in quei luoghi. Ma allora era impassibile, non fece trasparire alcuna emozione.
Suo padre fu uno dei tanti esuli fiumani. Quale fu la strada che lo ha portato a Roma?
Mio padre e mia madre si sposarono nel 1941, mia sorella nacque nel 1942 a Fiume, io nel 1951 a Roma. La prima sosta del loro esilio fu, come per molti, Trieste. Fortunatamente i miei nonni avevano avuto la lungimiranza di investire in Italia e avevano acquistato due immobili a Trieste, che diventarono una base importante in quella prima fase difficile.
L’Associazione Tartini è stata un’interprete della cultura fiumana in esilio. Come è nata?

Con quel carattere imprenditoriale, molto artigianale, che aveva mio padre. Lui sapeva coinvolgere tutti noi della famiglia nell’attività associativa. Ognuno aveva il suo ruolo. Quando avevo dieci, dodici anni il mio compito era quello di incollare francobolli sugli inviti dei concerti; oppure dovevo controllare gli indirizzi degli abbonati, allora il computer non c’era. Uno dei ricordi più vivi che serbo della sua infaticabile attività, era quando la sera, dopo cena, mia madre gli sistemava il tavolo della cucina, che era il più illuminato di tutta la casa; papà si metteva seduto, trascriveva le parti per i vari strumenti dell’orchestra Tartini e faceva le ore piccole. Crescendo sono stato coinvolto sempre di più nell’organizzazione associativa. Quando compii 18 anni, ad esempio, mio padre mi affidò un compito importante: con l’automobile dovevo andare in giro per gli alberghi di Roma e le società culturali a lasciare programmi e locandine dei concerti. Mi piaceva moltissimo, anche perché era un compito remunerato e Roma non aveva il traffico di oggi.
Quando i padri non ci sono più, i figli si rimproverano qualcosa. Lei ha qualche rimpianto?
Fortunatamente papà è vissuto fino a 95 anni. Interruppe la sua attività con l’Associazione Tartini dodici anni prima e ho avuto il modo, se non sempre con le parole, certo con i gesti e la grande stima che avevo nei suoi confronti, di comunicargli i miei sentimenti, l’apprezzamento e l’ammirazione per tutte le belle cose che era riuscito a realizzare.
Quali emozioni lei ha provato tornando a Fiume e quali riflessioni faceva suo padre quando vi tornavate insieme?

Noi siamo sempre tornati a Fiume anche recentemente, ci tornavamo in vacanza quindici giorni d’estate, ad Abbazia e Volosca; c’erano ancora dei parenti, quindi ho potuto vedere anche l’evoluzione di quella terra dal desolante dopoguerra al dopo Tito. Certo, tante cose sono cambiate, ma quella identità di fondo, nata da una profonda commistione di culture, credo sia sempre stata – e lo è tuttora – percepibile a Fiume. Era così allora, anzi era proprio questo il bello, ciò di cui avremmo dovuto essere testimoni gelosi. Non so quanto gli attuali abitanti siano coscienti del gioiello che hanno ereditato, quel modello di incontro di culture che rappresenta Fiume. Forse adesso più che nel recente passato, dimostrano di saperlo apprezzare.
Lei ha intenzione di lasciare le memorie di suo padre per l’Archivio Museo storico di Fiume che la Società di Studi Fiumani gestisce da molto tempo?
Certo, è un impegno che mi sono ripromesso e donerò anche delle carte di mio padre relative all’attività dell’associazione musicale Tartini.
